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Lo ‘spirito di Anchorage’ un anno dopo, illusione di pace

Sono passati dodici mesi dallo storico vertice di Ferragosto nella base aerea di Elmendorf-Richardson di Anchorage, in Alaska, al termine del quale sia Donald Trump che Vladimir Putin si dicevano entusiasti per aver gettato le basi di una tregua senza precedenti.
“Un incontro da dieci”, dichiarava un ottimista Trump, secondo il quale un successivo ipotetico vertice, con la presenza anche di Volodymyr Zelensky, sarebbe stato “decisivo”, assicurando che tutte le questioni erano state risolte “tranne una”.
Più cauto si mostrava il leader del Cremlino, che parlava di un semplice “punto di partenza” verso un accordo, celebrando soprattutto la ripresa dei rapporti “pragmatici” tra Mosca e Washington.
Per mesi la diplomazia russa ha continuato a evocare lo “spirito di Anchorage” come il simbolo di un nuovo inizio e il ritorno della Russia sulla scena internazionale, cornice formale necessaria per uscire dal conflitto. Oggi, 365 giorni dopo, di quell’atmosfera restano ben poche tracce e la pace resta lontana.
 

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