(Adnkronos) – Il conflitto tra Iran e Usa-Israele e la crisi geopolitica in Medio Oriente stanno impattando sulle economie dei Paesi europei con le prime avvisaglie di una sempre più concreta crisi energetica. La Commissione europea ha già avvisato parlando di “preparazione all’austerity”. Uno scenario che avrà conseguenze anche sui sistemi sanitari e sulle scelte dei cittadini che già negli anni posti pandemia Covid sembrano orientanti a stringere la cinghia sulle necessità di cura. Come ha evidenziato l’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe, nel 2024 “circa 5,8 milioni di italiani (il 9,9% della popolazione) hanno rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici, evidenziando una crisi del Servizio sanitario nazionale”. Un fenomeno “in forte aumento rispetto ai 4,5 milioni del 2023, trainato principalmente dalle lunghissime liste d’attesa e dalle difficoltà economiche”, precisa il report.
Difficoltà economiche che la crisi in Medio Oriente potrebbe esacerbare. “E’ difficile fare previsioni, aspettiamo intanto il dato 2025 per vedere il trend”, spiega all’Adnkronos Salute Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Ma le avvisaglie di un possibile rischio che nel 2026 crescano gli italiani costretti a ‘tagliare’ esami e visite, o a posticiparle a periodi migliori nella speranza che le armi tacciano, è molto realistico. Nel rapporto Gimbe, se la media della popolazione che ha rinunciato a prestazioni sanitarie è del 9,9%, sono da ricordare i picchi: in Sardegna si arriva al 17,2%, in Abruzzo al 12,6%, in Umbria al 12,2% e nel Lazio al 12%.
Le reazioni. Secondo Antonio Magi, segretario generale del Sumai-Assoprof, il sindacato dei medici ambulatoriali: “Tra inflazione e aumento dei costi, tra cui il caro carburante, anche legati ai conflitti in corso, sempre più persone sono in difficoltà – spiega all’Adnkronos Salute Magi – Le cause principali sono tre: la riduzione dell’offerta pubblica, dovuta al minor numero di specialisti sul territorio; l’aumento dei costi delle assicurazioni sanitarie, che non tutti possono permettersi; e il calo del potere d’acquisto, con stipendi fermi e prezzi in crescita”. Per questi motivi “molti italiani non riescono più a curarsi. E in un Paese sempre più anziano – l’Italia è il più longevo dell’Unione europea, con oltre il 24% della popolazione over 65 – questo significa anche difficoltà a tenere sotto controllo patologie croniche come il diabete o a gestire problemi come le fratture”, sottolinea il leader sindacale.
A peggiorare il quadro l’allungamento delle liste d’attesa. “Lo vedo ogni giorno negli ambulatori”, testimonia Magi: “Per un’ecografia addominale si arriva a 6 mesi, per quella alla tiroide fino a 11 mesi, mentre per una Tac total body si può attendere anche 1 anno. Una visita cardiologica? Tre mesi nelle grandi città, fino a 6 mesi in provincia”.
“Con tre guerre in corso i costi continuano a crescere, sia per le famiglie sia per il Servizio sanitario nazionale: aumentano le spese per energia e trasporti, con ricadute su beni e servizi. E’ un momento difficile anche per il Ssn, che invece deve essere più vicino ai cittadini”. A dirlo all’Adnkronos Salute è Tonino Aceti, presidente di Salutequità. “Da tempo assistiamo a una crescente difficoltà degli italiani ad accedere alle cure. Nel 2024, secondo l’Istat, circa il 9,9% della popolazione – quasi 1 persona su 10 – ha rinunciato a curarsi”, ricorda. “Di questi, il 6,8% ha rinunciato a causa delle liste d’attesa troppo lunghe e il 5,3% per motivi economici. Si tratta di un peggioramento evidente – sottolinea Aceti – rispetto al periodo pre-pandemia: nel 2019 la quota era del 6,3%, salita appunto al 9,9% nel 2024, nonostante l’aumento del Fondo sanitario nazionale e gli interventi su personale e liste d’attesa”. Il fenomeno, inoltre, non è uniforme sul territorio: “Al Nord la rinuncia alle cure è al 9,2%, mentre nel Mezzogiorno sale al 10,3%. Qui si concentrano maggiori difficoltà, sia dal punto di vista sanitario sia economico: stipendi più bassi, meno occupazione e servizi sanitari regionali più in affanno”, rimarca il presidente di Salutequità, che per affrontare la situazione indica alcune priorità: “Il Governo deve mettere in sicurezza il Servizio sanitario nazionale e garantire l’accesso tempestivo alle cure a tutti. Servono misure urgenti per sostenere le famiglie, soprattutto le più fragili, aumentando il finanziamento del Ssn, riducendo le liste d’attesa e valutando interventi come la riduzione o sospensione temporanea dei ticket su visite specialistiche e farmaci”.
Infine, i dati sulla spesa: “Tra gennaio e ottobre 2024, secondo il Mef, gli italiani hanno speso per ticket 1,25 miliardi di euro per i farmaci e 1,55 miliardi per le prestazioni specialistiche, cifre in aumento rispetto al 2021. In un momento in cui le famiglie devono già fare i conti con il caro vita, e quindi razionalizzare la propria spesa, non possono e non devono essere costrette ancor di più a ‘razionare’ l’accesso alle cure. Per questo intervenire solo sul fronte delle accise non basta. E’ necessario intervenire concretamente e subito anche sul potenziamento dell’accesso alle cure”, conclude Aceti.
Secondo i dati della sorveglianza Passi d’argento dell’Istituto superiore di sanità, nel biennio 2023-2024 il 15% degli ultra 65enni ha dichiarato di aver rinunciato, nei 12 mesi precedenti l’intervista, ad almeno una visita medica o a un esame diagnostico di cui avrebbe avuto bisogno. Il 66% ha riferito di non aver rinunciato a nessuna visita o esame, mentre il 19% ha dichiarato di non averne avuto necessità. Escludendo gli anziani che hanno dichiarato di non aver avuto bisogno di visite o esami, la percentuale di coloro che hanno rinunciato a prestazioni sanitarie necessarie sale al 18%. Nel biennio 2023-2024 – continua il report dell’Iss – tra coloro che hanno dovuto rinunciare ad almeno una visita o a un esame diagnostico pur avendone bisogno, ben oltre la metà (65%) ha indicato le lunghe liste d’attesa come causa principale, il 17% la difficoltà nel raggiungere la struttura (eccessiva distanza o mancanza di mezzi di trasporto adeguati) o orari poco convenienti, mentre il 14% ha dichiarato come motivo i costi troppo elevati delle prestazioni sanitarie. Queste motivazioni sono state indicate sempre più frequentemente nel corso dei 4 anni di rilevazione: le lunghe liste di attesa sono state indicate dal 10% degli intervistati che ha rinunciato alle visite mediche nel 2020, ma dal 68% degli intervistati nel 2023; la difficoltà nel raggiungere la struttura viene indicata dal 4% di chi ha rinunciato nel 2020 e dal 17% nel 2023; i costi eccessivi dall’1% e dal 16% negli stessi anni.
Se il problema delle liste d’attesa in alcune regioni è diventato una priorità dopo l’intervento del decreto del Governo, più difficile trovare una soluzione ai costi in un momento globale di crisi economica e di rischio reale di recessione per l’economia globale. A fronte di questo gli italiani possono ancora contare su un Servizio sanitario nazionale universalistico che garantisce al cittadino la gratuità di molte prestazioni. Ma quanto potrà reggere?
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