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Var: I contatti fallosi vanno valutati sul campo

“Se un giocatore sbaglia non fanno ripetere l’azione” il radiocronista Francesco Repice sul Var

L’introduzione della tecnologia in Italia con l’avvento del Var nel campionato 2017 è stata un’importante svolta nel mondo del calcio.
Se è vero che gli strumenti tecnologici con una correzione immediata hanno risolto in modo ormai definitivo i dubbi che riguardavano i gol fantasma e i fuorigioco, è altrettanto vero che ha aumentato le perplessità sui falli di gioco (espulsioni, calci di rigore ecc) che rimangono di valutazione soggettiva dell’arbitro a cui spetta la decisione finale.

Le visioni al monitor hanno portato un aumento spropositato dei tempi morti durante una partita di serie A. Si va dai 2 minuti nella migliore delle ipotesi, fino ai 6 minuti che ci ha impiegato per esempio l’arbitro Giuseppe Collu per poi prendere la decisione sbagliata in Milan-Lazio del 29 novembre scorso.

Nella trasmissione 352 Sport il radiocronista Francesco Repice analizza di come sia cambiato il calcio con l’introduzione del Var: “Il tentativo di cercare di dare la perfezione al gioco del calcio è una cosa che non mi è mai piaciuta. Le immagini che l’arbitro vede al monitor possono essere interpretate in tanti milioni di frame e darebbe sempre un risultato diverso. Se un arbitro non vede un fallo significa che ha sbagliato, perché se un giocatore sbaglia un gol a mezzo metro dalla porta non fanno ripetere l’azione. Fossi stato un arbitro non avrei mai accettato il Var”.

 

 

 

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